Il Centro Arcobaleno al tempo del covid-19

Cosa è accaduto?
Ci siamo trovati distanti, improvvisamente lontani. La nostra vita è cambiata, abbiamo avuto paura per noi, per i nostri cari, per i bambini e i ragazzi e le loro famiglie.
Un nuovo virus al quale l’essere umano non era mai stato esposto prima d’ora, minaccia la nostra salute e impone il distanziamento fisico.

La prima fase
In quella che è stata indicata come prima fase ci è stato chiesto di rimanere più tempo possibile a casa. Abbiamo provato a immaginare il lavoro da casa, a distanza, per sostenere i ragazzi e i bambini ma non è stato facile.
Ci sembrava importante mantenere un contatto, stabilire una vicinanza, proporci come risorsa anche se virtuale, in due dimensioni, a volte solo a voce o per messaggio.
Ci siamo domandati: come sarà per loro trascorrere così tanto tempo in casa?
Crediamo che per i bambini ed i ragazzi sia importante poter uscire, vedere il sole e muoversi. Questa sedentarietà forzata ci preoccupava molto.
Anche convivere in casa, specie per chi ha una casa piccola, da condividere magari con una famiglia numerosa, poteva risultare faticoso.
Se è vero che restare a casa era importante, sapevamo che non tutte le case sono uguali: alcune sono grandi, larghe, spaziose, luminose, calde in inverno e fresche in estate. Sono piene di libri, giochi, animali. Hanno un bel giardino o una terrazza, la finestra affaccia su un’ampia strada o sulla campagna e qualche volta, di notte, quando
è tutto più silenzioso, si odono versi di animali mai sentiti; altre case sono piccole, a volte buie e umide, i muri sono un po’ scrostati, i vicini gridano e le mamme devono uscire per andare al lavoro anche se è un po’ rischioso.
Le case non sono tutte uguali e nemmeno le famiglie ma questo si sa perché ci hanno insegnato sin da piccoli che siamo tutti diversi.
Eppure questo discorso sulla diversità ci torna e non ci torna.
Ci torna: che ci siano persone di colore, provenienza, gusti, forme, abitudini, credo religiosi, culture diverse.
Non ci torna: che esistano persone povere e persone molto ricche e che in questa fase e con tali condizioni le differenze aumentino provocando situazioni di ingiustizia sociale sempre più insostenibili.
Ecco, in questi giorni ci siamo interrogati molto sull’ingiustizia, sulla differenza tra chi ha qualcosa, chi ha molto e chi ha poco o niente. Ci siamo ricordati meglio della ragione del nostro lavoro. Dare occasioni in più a chi ne ha meno e lottare contro le ingiustizie che ci sono nella nostra società.

E come potevamo stare vicini nella fase uno?
La grande domanda è stata questa. Dopo aver capito che sarebbe durata a lungo, ci siamo chiesti come avremmo potuto dare un aiuto.
I percorsi si sono differenziati.

La casa di Shalom
Normalmente accogliamo i ragazzi dall’uscita di scuola fino alle 18,30. La dimensione del corpo è importante perché il corpo è relazione. Le domande “Come stai?”, “Come è andata oggi a scuola?” sono quelle che rivolgiamo quotidianamente ai ragazzi quando arrivano alla Casa.
Ma che domande sono se non siamo lì?
Sono domande impossibili perché non sono incarnate in nessun volto, nello sguardo e sopratutto non avvengono nella cornice accogliente del Centro.
A noi è mancata molto la dimensione della presenza perché è su quella che abbiamo investito di più nel tempo.
E allora? Cosa era possibile fare?
Abbiamo capito da subito che l’aspetto strettamente didattico passava in second’ordine e che quello che era importante cercare di fare era accertarsi che nelle famiglie dei ragazzi potesse esserci un buon livello di connessione ed una dotazione minima di strumenti tecnologici.
Per cui il nostro è stato più un intervento di mediazione tra la scuola e i ragazzi e quello che era l’intervento diretto sulla didattica è venuto meno, sia perchè alcuni ragazzi e ragazze erano seguiti direttamente dall’insegnante di sostegno, sia perchè ci hanno fatto capire che per loro era troppo faticoso dover seguire il percorso scolastico in
una dimensione completamente cambiata e contemporaneamente relazionarsi anche con noi, sempre sulla scuola. Preso atto di questo abbiamo cercato comunque di non perdere il contatto con ciascuno di loro, pur nella diversità delle singole situazioni, proprio perchè riteniamo la relazione e la vicinanza il fulcro del lavoro educativo
che abbiamo fatto in questi anni.
Telefonate, messaggi, videochiamate in piccoli gruppi, contatti con le famiglie e con le scuole, supporto a distanza per lo studio, sono alcune delle azioni che abbiamo provato a mettere in campo.
A questi tentativi diamo importanza anche se sono brevi cenni e saluti perché manifestano il nostro interesse verso loro. Anche se sappiamo che tutto si giocherà dopo, quando potremo incontrarci ancora e testimoniare che ci siamo. Siamo ancora qui. Non eravamo lontani ma al tempo stesso non sapevamo trovare un modo vero per
sostituire la presenza fisica. Non lo abbiamo sinceramente trovato.

La Casa della Visitazione
E con i piccoli quale proposta fare? Che tipo di attività provare a proporre?
Al Centro i piccoli sono sempre in movimento: all’uscita di scuola, sul furgone, a pranzo, durante i compiti e i laboratori. E il movimento è accompagnato da mille parole, racconti sconclusionati, richieste di attenzione, lamenti, litigi.
E adesso? Cosa potevamo proporre da lontano, con una relazione mediata da un mezzo che noi per primi abbiamo difficoltà ad usare?
Inoltre il rapporto con i bambini e le bambine in questo periodo è vincolato ad una grande e fondamentale variabile: la presenza di un adulto che sappia e possa aiutarli a restare connessi.
Naturalmente avere a disposizione un computer, un tablet o il telefono e una connessione illimitata o a consumo ha fatto fin da subito la differenza e abbiamo dovuto differenziare le proposte.
Una delle prime cose che alcuni genitori ci hanno chiesto è stato come gestire i bimbi a casa in questo periodo, quali orari per compiti e attività, quali regole e quali concessioni fare loro. C’era chi non riusciva più a svegliarsi e alzarsi prima delle 11 o chi voleva fare i compiti solo di pomeriggio; chi voleva solo mangiare e giocare e chi stava tutto il tempo davanti a consolle o pc.
Abbiamo preparato un orario della giornata, rifacendoci, in modo più leggero, a quello del campo estivo e inserendoci un tempo dedicato a compiti e lettura, un tempo per la tv e i giochi e un tempo per fare qualche attività con i genitori.

Abbiamo cercato modi diversi di comunicare: videochiamate, singole o in gruppo con diverse applicazioni (Skype, Whatsapp), messaggi attraverso la chat dei genitori, attraverso un gruppo privato su facebook (sempre mediato dall’account dei genitori).
Quelle che tuttavia hanno avuto più riscontro, sono state le videocall di gruppo dove per un po’ abbiamo ritrovato la divertente confusione fatta di sovrapposizione di voci, discorsi e gesti.
E allora la prima proposta è stata di disegnare l’arcobaleno per sentirsi tutti più vicini con la richiesta di inviarci la foto. E poi piccoli laboratori, suggerendo di tenere un “quaderno della quarantena” da aggiornare via via anche con giochi e attività inviate da noi.

Abbiamo aiutato qualche bambino a fare i compiti; ci siamo tenuti in contatto con le maestre per verificare in che modo potevamo essere di supporto; ci siamo resi disponibili ad ascoltare e sostenere i genitori che avevano bisogno di parlare facendo sentire la nostra vicinanza; abbiamo fatto da tramite, soprattutto nelle prima fase, con
qualche insegnante che faceva fatica a mantenere i contatti con i bimbi; abbiamo raccolto gli sfoghi dei bambini che, obbligati a stare a casa, si sono sentiti soli e annoiati, accolto le loro chiacchiere leggere mentre ci portavano in giro per le loro case.
Ma la distanza non si colma con una telefonata sia pure accompagnata dal video.

Ci abbiamo provato e continuiamo a provarci, anche con tanta fatica.