intervista a giulio vannucci responsabile della ciclofficina

INTERVISTA A GIULIO VANNUCCI, RESPONSABILE DELLA CICLOFFICINA.

 

di Marta Quilici

 

I giovani e la città: «Più bici e meno autobus»

 

Più bici e meno autobus, più servizi culturali e sociali nei quartieri popolari e meno diffidenza: questi alcuni dei punti fondamentali per un futuro progetto di città verso il quale Pistoia dovrebbe tendere. A parlarne è Giulio Vannucci, 25 anni, studente di lettere a Firenze, coordinatore della “Casa in Piazzetta” e responsabile della “Ciclofficina”: due realtà con sede in piazza Santo Stefano, promosse dall’associazione Arcobaleno e finanziate in parte dalla Fondazione Caripit e dagli Istituti Raggruppati. Questi ultimi concedono gratuitamente anche i locali.

Voi “curate” le biciclette che sembrano ormai “spacciate” e le rimettete in strada. Ma Pistoia sa recepirle? Si usano abbastanza bici in città? «Quello che si nota – spiega Giulio – è, senza dubbio, un abuso dell’automobile. Per quanto riguarda l’utilizzo di mezzi di mobilità sostenibile c’è ancora da lavorare. Per questo ci vuole un cambio di mentalità, ma anche uno scatto politico. Ad esempio le piste ciclabili.

Si parla dell’integrazione tra diversi mezzi come autobus e treno, bici e treno. Il problema è che portare la bici sul treno costa e, per chi fa il pendolare, non è possibile farlo tutti i giorni. Dovrebbe essere un servizio gratuito. Sulle piste ciclabili sono d’accordo, ma il punto è che progetti come questi devono nascere all’interno di una più vasta idea di città. Di questo è stato anche discusso all’interno di un seminario promosso dall’associazione Palomar in cui emergeva la necessità di avere un progetto di città del futuro».

E come dovrebbe essere questa città del futuro?

«Faccio un esempio: se davanti al Pacini non passassero più le auto, ma ci fossero più autobus, gli studenti, alla fine, invece di farsi venire a prendere dai genitori sotto la scuola, prenderebbero il mezzo pubblico. Niente più auto e niente più nuovi parcheggi? Ogni situazione va analizzata isolatamente. Ma in tutti i casi la domanda a cui rispondere è “quale idea di città abbiamo per il futuro di Pistoia?”.

La mia è che ci siano, ad esempio, meno auto e magari un tram. Al massimo parcheggi scambiatori fuori dalle mura. Basta gomma». Pistoia è una città a misura di ragazzo? «Mi sono stancato del solito ritratto che anche molti miei coetanei fanno di Pistoia, come una città “grigia e buia”, dove “non c’è mai niente” e “ci si deprime e basta”. Secondo me non è così. Ci sono tante persone che fanno tanto, in associazioni, gruppi. Forse il problema è che ognuno agisce nel suo pezzetto senza avere uno sguardo più ampio, più lungimirante; senza avere un progetto “politico”».

Stai molto a contatto con i ragazzi dei quartieri più disagiati di Pistoia, come le Fornaci o San Marco. Pensi che Pistoia faccia abbastanza per queste realtà? «Sicuramente in questi quartieri si concentrano molte situazioni di disagio. Alle Fornaci da 4 anni c’è l’associazione Sconcerto che, tra le altre cose, organizza lo “S’concerto di quartiere”, una sorta di festival, tra musica e altre attività, che coinvolge tutto il quartiere. Ebbene, ci siamo accorti che un evento del genere non sarebbe possibile realizzarlo da nessun altra parte a Pistoia, per il semplice fatto che, ormai, non c’è più un’idea di quartiere nelle altre zone.

Le altre aree della città si sono in gran parte trasformate in dormitori dove la gente che ci vive neppure si conosce. I quartieri popolari, insomma, sono quelli con la maggiore concentrazione di problemi, ma anche quelli più vivi della città». Ma non c’è il rischio che da “quartieri” diventino “ghetti”? Chi non abita alle Formaci difficilmente va a comprare qualcosa in un negozio di quel quartiere.

«Sì, è vero. Il rischio c’è. Infatti l’idea dello “S’concerto di quartiere”, a cui anch’io collaboro, è nata proprio per aprire il quartiere alla città. In parte l’obiettivo è stato raggiunto: l’anno scorso hanno collaborato all’evento alcuni studenti del liceo scientifico di Pistoia, che non erano mai entrati alle Fornaci, che hanno realizzato un mercatino del baratto». Ma i servizi? «Il contratto di quartiere delle Fornaci ha per adesso previsto una spesa di milioni e milioni di euro investiti in gran parte per un restyling delle palazzine.

Adesso c’è bisogno di un lavoro sociale e culturale. Qualcosa c’è, ma ce ne vorrebbe di più. Ci sono tante realtà che operano, ma manca un progetto di quartiere, complessivo, a lungo termine e inserito in un progetto di città, che riesca a dare a tutte queste micro-realtà una direzione unitaria. Alle Fornaci abitano cinquemila persone: se tutto questo non accadrà si rischia davvero che il quartiere si trasformi in un ghetto».

Quale giudizio dai del rapporto tra giovani e lavoro? «Non lo so. Lo scenario generale è aberrante. Io, con la mia laurea, potrei fare il professore, ma il momento non è proprio propizio. Credo che ci toccherà “reinventarsi”, anche se mi rendo conto di quanto sia pericoloso questo termine. Ho le idee un po’ confuse». Cosa potrebbero fare le istituzioni per una città più a misura di giovani? «Se le cose non vanno, non penso che sia sempre colpa delle istituzioni. Di persone che fanno iniziative ce ne sono. Forse lo sbaglio delle istituzioni è che ascoltano poco».

 

IL TIRRENO

 

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